L’ASTRONOMIA IN ARISTOTELE

La visione aristotelica dell’astronomia, e quindi il suo modello di universo, così come vengono presentati nella “Metafisica”, nella “Fisica”, nel “De Caelo” e nel “Commentario” di Simplicio, potrebbero apparire un po’ strani al lettore moderno, e ciò perchè evidentemente basati sulla speculazione filosofica “a priori” assai più che sull’osservazione.

Benchè Aristotele riconoscesse l’importanza dell’astronomia “scientifica – lo studio delle posizioni, distanze e moti degli astri -, ciononostante egli trattò l’astronomia in maniera astratta, subordinandola alla propria visione filosofica del mondo. E’ evidente che la distinzione moderna tra fisica e metafisica in Aristotele non esiste, e se vogliamo comprenderlo appieno dobbiamo cercare di abbandonarla anche noi.

Aristotele afferma che l’universo è sferico e finito. Sferico, perchè è questa la forma più perfetta; finito, perchè ha un centro, cioè il centro della Terra, e un corpo con un centro non può essere infinito. Anche la Terra è una sfera, per Aristotele. Relativamente piccola in confronto alle stelle, e, in contrasto con i corpi celesti, sempre immobile. A sostegno di quest’ultimo punto, tra le altre, portava una prova secondo lui empiricamente verificabile: se la Terra fosse in moto, un osservatore su di essa dovrebbe veder muoversi le “stelle fisse”, proprio come vede muoversi i pianeti da una Terra stazionaria. Dato che non è così, la Terra dev’essere immobile. Per provare che la Terra è una sfera, egli adduce l’argomento che tutte le sostanze terrestri tendono a muoversi verso il centro. Si avvale anche di un’evidenza basata sull’osservazione. Se la Terra non fosse sferica, le eclissi lunari non mostrerebbero ombre dai bordi curvi.

Inoltre, un viaggiatore che si sposti verso sud o verso nord, non vede proprio le stesse stelle ogni notte, nè le vede occupare lo stesso posto in cielo. Il fatto che i corpi celesti abbiano anch’essi forma sferica può essere determinato dalla semplice osservazione. Nel caso delle stelle, Aristotele argomentava che esse devono avere forma sferica, dato che questa forma, che è la più perfetta, permette loro di mantenere la propria posizione.

Al tempo di Aristotele, la concezione di Empedocle che vi fossero quattro elementi fondamentali – terra, aria, acqua e fuoco – era stata generalmente accettata. Aristotele, tuttavia, oltre a questi, postulava un quinto elemento chiamato etere, che egli riteneva il principale ingrediente dei corpi celesti.

Quest’elemento divino, secondo Aristotele, è incomposto, ingenerato, eterno, inalterabile, invisibile e privo di peso. Esso esiste nelle sue forme più pure nelle regioni celesti, ma si decompone nelle regioni al di qua della Luna. La concezione aristotelica dell’universo è gerarchica, ed egli fa una netta distinzione tra il mondo sublunare del cambiamento, ed i cieli eterni e immutabili.

Aristotele credeva che ogni pianeta seguisse una strada tracciata da un certo numero di sfere. Callippo prima di lui aveva calcolato 33 sfere in tutto, 4 ciascuno per Saturno e Giove, 5 ciascuno per Marte, Venere, Mercurio, il Sole e la Luna. Secondo Aristotele, il modello di Callippo non spiegava come si potesse impedire che il moto delle sfere esterne interferisse con il moto di quelle interne. Ragion per cui escogitò una spiegazione meccanica che considerava 22 sfere contrapposte, che avrebbero dovuto mettere le cose in equilibrio. E’ generalmente accettato il fatto che l’aggiunta da parte di Aristotele di queste sfere contrapposte complicasse piuttosto che chiarire il problema dei moti planetari.

La complicata teoria del moto di Aristotele era una componente fondamentale della sua visione del mondo. La complessità della sua teoria è evidenziata dalle numerose interpretazioni offerte dai moderni studiosi. In questa sede ci limitiamo a presentarne la scarna ossatura.

Secondo Aristotele, vi sono tre tipi di moto: rettilineo, circolare e misto. I quattro elementi del mondo sublunare tendono muoversi in linea retta: la terra verso il basso, il fuoco verso l’alto, acqua ed aria stanno in mezzo.

L’etere, d’altra parte, si muove per sua natura in circolo. Egli asseriva ancora che tutto ciò che si muove dev’essere messo in moto da qualcos’altro,e quindi, per sfuggire ad un regresso all’infinito, propose un primo motore.

La descrizione. da parte di Aristotele, di questo “primo motore” dimostra in che modo egli mescolasse fisica e metafisica. Nel De Caelo, Aristotele equated il primo motore of all things with the sphere of the fixed stars, che si muove esso stesso di un moto incessante. Nella Metafisica, tuttavia, egli poneva un immobile primo motore “dietro” le stelle fisse. Egli descrive questo primo motore trascendente come eterno e privo di dimensione; dice che esso dà luogo al moto circolare, e che questo è il più perfetto tra i tipi di moto, dato che non ha nè principio nè fine;esso coincide col bene, e la sua attività è la forma più alta di godimento.

Pare che ad un certo punto Aristotele pensasse al primo motore come qualcosa che fosse esso stesso parte dell’universo, mentre in altri momenti lo considerasse fuori dallo spazio e dal tempo. Queste differenze possono rispecchiare i diversi obiettivi che Aristotele perseguì in momenti diversi della sua vita.

Il modello gerarchico dell’universo propugnato da Aristotele ebbe una profonda influenza sugli studiosi medioevali, che lo modificarono per adattarlo alla teologia cristiana.

San Tommaso d’Aquino, per esempio, identificò i primi motori negli angeli. Assunto dall’autorità religiosa, il modello di Aristotele resistette per secoli. Sfortunatamente, ciò ebbe l’effetto di ostacolare il progresso della scienza, dato che ben pochi osarono sfidare l’autorità della Chiesa. Ciononostante, possiamo ben dire che Aristotele dette un contributo all’astronomia, anche semplicemente cominciando a porre certi problemi sull’universo, con ciò stimolando altre menti a fare lo stesso.

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